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Luoghi e monumenti a ricordo delle guerre risorgimentali

Goito, dal 1984 parte del Parco Regionale del Mincio, è l'unico abitato interamente attraversato dal fiume Mincio. Caratterizzato da un'importante storia, indissolubilmente legata ai Gonzaga, Goito è anche ricordato come "paese dei bersaglieri" o "piccola città del Risorgimento", in quanto, ai tempi della Prima guerra d'indipendenza, teatro di scontri significativi. Proprio qui, sulle sponde del Mincio, nella primavera del 1848 si tennero, infatti, due importanti battaglie: la prima dell'8 aprile 1848, passata alla storia come battaglia del Ponte di Goito e la seconda del 30 maggio 1848 in cui l'esercito piemontese sconfisse gli austriaci usciti in forze da Verona per soccorrere Mantova assediata.

Nella giornata dell'8 aprile 1848, sul ponte di Goito, da allora denominato Ponte della Gloria, avvenne il primo grande scontro tra le truppe austriache e quelle dell'esercito sardo. Dopo l'insurrezione delle Cinque Giornate di Milano, gli austriaci si erano attestati sul Mincio, linea díacqua che univa Mantova e Peschiera, fortezze che con Verona e Legnago avrebbero definitivamente costituito il sistema difensivo del Quadrilatero. In direzione del fiume marciavano due colonne dellíesercito piemontese: la prima comandata dal generale Ettore De Sonnaz, puntava a nord, su Monzambano, mentre la seconda, guidata dal generale Eusebio Bava, in cui vi erano i bersaglieri di La Marmora, si dirigeva a sud, verso Goito, snodo cruciale verso Mantova e Verona. Qui le truppe austriache avevano posto il paese in stato di difesa e minato il ponte che univa le due sponde. Líobiettivo delle armate piemontesi era occupare Goito e passare il Mincio. Durante lo scontro il colonnello La Marmora rimase ferito e il ponte che univa le due sponde del fiume fnti delle Real Navi e della Brigata Regina e appoggiati da un solo pezzo di artiglieria, si gettarono nell'impresa e alla sera furono i primi a sventolare la bandiera tricolore oltre il Mincio. Oggi il monumento bronzeo, posto fra il Ponte della Gloria e il prato di villa Giraffa, opera allo scultore torinese Giorgio Ceragioli, eretto il 20 settembre 1926 su iniziativa della Sezione bersaglieri di Mantova, ricorda l'eroica azione.

Il vicino monumento bronzeo al granatiere di Sardegna, opera dello scultore Giovanni Solci, eretto nel 1998, ricorda invece il combattimento del 30 maggio 1848, nel quale rimase ferito il futuro Re Vittorio Emanuele II. Il 27 maggio le truppe di Radetzky uscirono da Verona dirette verso Mantova, marciando in direzione sud, per aggirare le posizioni sarde a Villafranca. Giunte a Mantova la sera del 28 maggio e si accamparono a San Giorgio. Il 29 Radetzky fece avanzare 20.000 uomini verso Curtatone e Montanara, località presidiate dal contingente toscano formato da 6.000 uomini e munito di soli 3 cannoni. I toscani offrirono una inaspettata resistenza che consentì all'esercito piemontese di concentrarsi su Goito, un eventuale arretramento avrebbe, infatti, compromesso il transito sul Mincio, tagliando fuori la metà dell'esercito sulla sinistra del fiume, ovvero tutte le posizioni conquistate nell'ultimo mese. Il tardivo riconoscimento della necessità di mantenere tale posizione permise tuttavia di raccogliere solo una parte delle truppe a disposizione: poco più di 23.000 uomini. Questo non sarebbe stato certo sufficiente se Radetzky avesse portato tra Goito e Cerlongo l'intero esercito che si era trascinato da Verona, aggiunto ai 7 battaglioni di Mantova. Quando l'esercito austriaco si presentò di fronte a Bava e a Carlo Alberto era invece composto solo dal I Corpo del Wratislaw, rinforzato da alcune unità del II Corpo e seguito dalla divisione di riserva del Wocher. In tutto, probabilmente, 29.000 uomini. Il 30 maggio, attorno alle 15.00, iniziò l'assalto, verso la sinistra sarda, e fu annunciato da un nutrito fuoco d'artiglieria, ben controbattuto dai 14 pezzi dei difensori. Bava staccò truppe dal centro e fece passare sulla riva sinistra del Mincio un battaglione con quattro pezzi e prendere il nemico di fianco. In tal modo l'attacco austriaco fu ripetuto cinque volte e cinque volte respinto. Poco dopo cominciò anche l'assalto alla destra sarda. La linea difensiva piemontese cominciò a vacillare e gli austriaci giunsero a impadronirsi delle prime case di Cerlongo. L'artiglieria sarda, dalle retrovie, fu quindi posta in batteria e sostenne la fanteria con un nutrito fuoco di sbarramento, arrestando l'avanzata austriaca. Si giunse al contrattacco. Verso le 18,00 il centro e l'ala sinistra del feldmaresciallo, furono fatte indietreggiare e furono caricate alla baionetta. Vittorio Emanuele rimase lievemente ferito e verso le 18.30, dopo tre ore e mezzo di combattimento, Radetzky, riconoscendo la sconfitta, ordinò la ritirata.

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